 | Gabriele Polo su Il manifesto.
Cominciò con un comizio in una piazza di Cuneo, l’indomani della morte dello stato. Finì con un ordine insurrezionale e una gioia liberatoria. In mezzo, quasi due anni di scelte difficili, di guerra che fu anche civile; ma guardando al futuro, con una minoranza di ribelli che - pur senza diventare maggioranza - cresceva di numero e diventava rappresentativa. Fu, al contempo, una fine e un inizio: la fine della paura inerme e l’inizio di una costruzione comune. Non unanime, piena di culture diverse e tra loro persino distanti, ma vissute insieme; e perciò fu democratica. La chiamarono Resistenza, ma era tutt’altro che chiusa in difesa di qualcosa (se non della propria vita): era un’invasione di campo, un investimento sul domani, il protagonismo fiducioso dell’agire collettivo e pubblico. Non presidiava casematte sempre più isolate, né si aggrappava solo a simboli o slogan, ma costruiva giorno per giorno il futuro che sarebbe poi diventato la politica. Fu aspra e piena di lutti, persino di rabbia ma non di rancore; guardava lontano, partendo dalle miserie del presente ma senza farsene intrappolare. Fu l’opposto di ciò che ci sembra di vivere oggi. Per questo ci appartiene e ci parla. Non celebriamolo questo 25 aprile, riavviamo il suo spirito, perché la memoria - già devastata da anni di stupide eguaglianze tra i partigiani e i ragazzi di Salò - non si riduca a un ricordo incomunicante col mondo di oggi. Sottraiamolo a quelli che ne vogliono riscrivere la storia e a coloro che se ne vogliono appropriare solo per confermare un presente d’ingiustizie. Pensiamo a questo giorno come nuovo inizio di un’alterità comune. L’antifascismo - oggi come allora - non è una statica icona del passato, ma l’antidoto contro il rifugio nelle odierne rancorose paure. Per questo oggi è festa. |